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Wi-fi in Italia, la banda larga pubblica in Italia

Wi-fi in Italia, la banda larga pubblica in Italia

Quale è la situazione dell’accesso alla banda larga pubblica in Italia? Come cambiano le norme per la liberalizzazione al Wi-Fi dopo l’eliminazione del Decreto Pisanu?Vogliamo fare il punto sulla connettività in Italia, il digital divide e l’accesso alla banda larga pubblica nelle nostre città e nei nostri paesi.

Prima di fare un’analisi il più possibile completa della situazione, che proveremo a fare a puntate e per la quale siamo aperti ad avere i vostri suggerimenti e segnalazioni, ci corre l’obbligo di scrivere questa puntata zero in cui proviamo a evidenziare alcune prime considerazioni preliminari.

Alla fine dello scorso anno il nostro governo ha annunciato con squilli di tromba che avrebbe finalmente eliminato il medievale Decreto Pisanu, che richiedeva identifi cazioni e schedature cartacee per chi accedeva alla rete attraverso un hot spot pubblico.

Agli annunci enfatici ha fatto seguito, in soli due mesi, l’emanazione della norma con il decreto “Milleproroghe” di fine 2010.

Stiamo quindi avviandoci alla liberalizzazione del Wi-Fi però…l’identificazione dell’utente va fatta lo stesso, anche se senza le norme che parlavano di fotocopie di carte di identità e conservazione degli archivi.

C’è poi il fatto che la norma di “liberalizzazione” si applica a chi non fornisce la connessione come “attività principale”, formulazione abbastanza vaga se si considera la varietà di scenari che si possono aprire con la volontà di pubblico e privato di soddisfare al meglio i cittadini, utenti o clienti, a seconda di come si vogliano chiamare i navigatori.

L’altro grosso punto interrogativo che vorremmo affrontare, cercando per quanto possibile di mantenerci equidistanti tra posizioni “luddiste vs. tecnoentusiaste” nonché tra posizioni “libero mercato vs. dirigismo”, riguarda la bontà della soluzione del Wi-Fi pubblico per portare l’Italia tra i paesi connessi.

L’etere è infatti per definizione una risorsa finita e, aldilà delle considerazioni sugli effetti delle onde radio sulla salute per le quali non siamo suffi cientemente competenti, se si mettono troppe antenne che trasmettono sulle stesse frequenze, la banda viene saturata e la trasmissione non è proprio quella che ti aspetti.

Allora un’amministrazione pubblica che, per definizione, deve fare il bene di tutti i possibili utenti fra i suoi cittadini o i suoi turisti deve quindi mettere delle limitazioni di slot temporali piuttosto che di banda per chi si collega ai suoi hot spot.

A questo punto però non si potrà più parlare di banda larga per tutti, ma di servizio di emergenza in cui se è proprio necessario si potrà sfruttare la rete pubblica per acquisire informazioni da pochi kByte quando strettamente necessario.

Ma per questa modica quantità di informazioni, non potremmo usare la seppur costosa banda messa a disposizione dalle reti telefoniche pubbliche poiché la moltiplicazione “alto costo X modica quantità” dà comunque come risultato una quantità di denaro non influente?

Vale quindi la pena di utilizzare i soldi pubblici per allestire un’infrastruttura di accesso alla rete pubblica in considerazione dei punti interrogativi sopra esposti? E non sarebbe meglio invece usare i soldi per migliorare tecnologie di accesso il cui dispiegamento sul territorio rimanesse onere degli operatori professionali di telecomunicazione? Come potete leggere, tante domande ci frullano nella testa e non abbiamo ancora le risposte.

Vorremmo fare insieme a voi lettori un viaggio virtuale per l’Italia per cercarle, analizzando le soluzioni già sviluppate e quelle in progetto, facendo magari qualche capatina all’estero per cercare di adottarne le “best practices” e proporre soluzioni adeguate alle esigenze degli anni ’10. Possibilmente di questo secolo, non della Belle Epoque…

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